Accompagnare l'alto potenziale da 0 a 6 anni

01.04.2026

A chi si rivolge questo spazio

Sto costruendo questo spazio pensando agli interlocutori, che nella mia esperienza professionale sono spesso separati e che invece, quando dialogano, producono le risposte più efficaci per la bambina / il bambino.

Le famiglie che si trovano a fare i conti con un bambino che le interroga, che stanca, che meraviglia. Che cercano qualcuno in grado di aiutarle a capire senza classificare, ad accompagnare senza spingere, a costruire un contesto familiare coerente con quello che la loro bambina / il loro bambino è davvero.

Le educatrici, gli educatori e le insegnanti dei servizi 0–6 che sentono qualcosa in una bambina / un bambino ma non hanno strumenti per leggerlo. Che vogliono ampliare il proprio sguardo professionale senza stravolgere la propria pratica. Che cercano formazione educativa e pedagogica seria e accessibile su un tema che la loro preparazione di base ha raramente approfondito.

Le coordinatrici e i coordinatori pedagogici che hanno il compito e la responsabilità di costruire cultura professionale dentro i loro servizi. Che sanno che un'équipe formata osserva meglio, comprende meglio, risponde meglio e che cercano interlocutori in grado di sostenerli in questo lavoro.

Cosa troverete qui

Questo blog non esaurirà l'argomento in un articolo, né in dieci. La plusdotazione nella fascia 0–6 anni è un campo vasto, ancora poco presidiato in Italia sul piano sia normativo sia professionale, che merita il tempo di essere attraversato con cura.

Nei prossimi appuntamenti parleremo di indicatori osservativi per fascia d'età, di strumenti pedagogici concreti, di come costruire un dialogo efficace tra famiglia e servizio educativo, di cosa dice — e cosa tace — la normativa italiana sull'alto potenziale nella prima infanzia. Parleremo anche del confine sottile tra plusdotazione e neurodivergenze, del mascheramento cognitivo, dell'asincronia di sviluppo che tante famiglie vivono senza ancora avere un nome per quello che osservano.

Ma c'è un filo che attraverserà questo spazio in modo ancora più ampio e che tiene insieme tutti i contenuti: il cervello che cresce. Come funziona, cosa lo nutre, cosa lo ostacola. Perché la neuropedagogia non parla solo di bambini con alto potenziale cognitivo: parla di tutti i bambini, e di tutto quello che gli adulti che li accompagnano possono fare per favorire l'emergere e lo sviluppo del potenziale che ogni bambino porta con sé.

Troverete quindi anche contenuti su come il sonno influenza i processi di consolidamento della memoria e la plasticità cerebrale, su come l'alimentazione nei primi anni di vita agisce sullo sviluppo cognitivo, su quali attività fisiche, giochi e contesti esplorativi creano le condizioni migliori perché un cervello in crescita possa esprimersi, tematiche sempre affrontate in chiave educativa e pedagogica - non psicologica. 

Non si tratta dimedicalizzare o patologizzare, ricette o programmi da seguire.

Si tratterà di chiavi di lettura educative, pedagogiche e neuropedagogiche che ogni famiglia e ogni professionista dell'educazione può portare nella propria pratica quotidiana, indipendentemente dal profilo del bambino con cui si confronta.

Accompagnare il potenziale cognitivo è il focus specifico del mio lavoro professionale, ma la cura dello sviluppo è responsabilità condivisa di tutti gli adulti che abitano il mondo delle bambine e dei bambini. È da qui che parte tutto.

Non li chiamerò bambini speciali, perché ogni bambina e ogni bambino dovrebbe essere sempre speciale per qualcuno e per i propri genitori.

Di chi stiamo parlando?

C'è un bambino che fa domande a cui nessuno sa rispondere. Chiede perché il cielo cambia colore al tramonto, come funziona il motore di un'automobile, cosa succede dopo la morte. Ha due anni e mezzo. Chiede con un'insistenza che stanca, con una profondità che sorprende, con un'intensità che a volte spaventa. Gli adulti intorno a lui — i genitori, le educatrici, i nonni — si chiedono se sia un bambino difficile o invadente. Se sia "semplicemente molto curioso e molto vivace". Nessuno ha ancora gli strumenti per leggere quello che sta accadendo, che quel bambino non ha un problema, ma un potenziale. E che il potenziale, senza riconoscimento, può diventare invisibile, fino a spegnersi.

Da qui nasce il lavoro che porto avanti come pedagogista nell'accompagnare il potenziale di bambine, bambini e come supportare gli adulti intorno a loro.

CHI SONO

Mi chiamo Morena Drago, pedagogista libera professionista, specializzata in pedagogia neonatale e dello sviluppo, in fase di completamento del Master magistrale in neuropedagogia dei processi cognitivi presso OIDA (ente accreditato MIM). La mia tesi magistrale, "Verso una neuropedagogia della plusdotazione. Fondamenti teorici, strumenti operativi e proposta di un'unità professionale per accompagnare famiglie e servizi educativi nella fascia 0–6 anni" (© Morena Drago, 2026), affronta il riconoscimento precoce dell'alto potenziale cognitivo da una prospettiva esclusivamente pedagogica ed educativa. 

Soprattutto sono mamma di gifted, come genitore ho vissuto e vivo quotidianamente le sfide che bambine e bambini portano costantemente. Tratto la fascia 0-6 anni e vi accompagno alla scoperta del mondo dell'alto potenziale come genitori e professioniste/i. Porto responsabilmente  un po' di rammarico per non aver avuto modo fornire adeguate risposte ai bisogni che i miei figli esternavano, al contempo spero di poter accompagnare molte/i di voi a saper osservare e poter rispondere ai bisogni di bambine e bambini e, non in secondo piano, ai vostri.

La parola che spaventa

La parola "plusdotazione" evoca, nell'immaginario comune, il bambino prodigio. Quello che legge a tre anni, risolve equazioni a cinque, suona il pianoforte a orecchio prima di imparare a scrivere. Un'immagine che, nella sua eccezionalità, esclude la maggior parte dei bambini che in realtà hanno alto potenziale cognitivo — e che spesso sono proprio quelli che le famiglie e i servizi educativi faticano di più a comprendere.

La ricerca internazionale offre una lettura molto più ampia e sfumata. Il bambino ad alto potenziale cognitivo non è necessariamente un bambino che eccelle in tutto: è un bambino che elabora le informazioni con velocità superiore, che stabilisce connessioni concettuali in modo insolito per la sua età, che mostra una curiosità che ha substrati neurobiologici precisi e documentati. Può essere un bambino che apprende con facilità in alcuni ambiti e fa invece fatica in altri. Può essere un bambino che si annoia, che disturba, che non "rende" come ci si aspetterebbe. Può essere un bambino che nasconde le sue capacità per sentirsi parte del gruppo.

Il termine più accurato, in ottica pedagogica, e all'interno di questo spazio che sto creando, è proprio questo: alto potenziale cognitivo. Un potenziale — e la parola conta — che può esprimersi o restare latente, a seconda del contesto in cui il bambino cresce e delle risposte educative ed emotive che riceve.

Perché la fascia 0–6 anni è una finestra che non si ripete

Nei primi sei anni di vita il cervello costruisce le sue architetture fondamentali. Le connessioni sinaptiche si formano a una velocità che non avrà eguali in nessun altro periodo della vita. Il sistema dopaminergico — quello che sostiene la curiosità, il piacere dell'esplorazione, la motivazione a imparare — è già pienamente attivo e modellabile dall'ambiente. I circuiti attentivi, linguistici, emotivi stanno costruendo le proprie traiettorie di sviluppo in modo dinamico e contestualmente influenzabile.

In questo stesso periodo, il bambino con alto potenziale cognitivo è già riconoscibile. Non con gli strumenti della valutazione psicometrica — che appartengono alla competenza dello psicologo e si attivano quando c'è una domanda specifica in quel senso — ma attraverso l'osservazione pedagogica consapevole e informata. Comportamenti che sembrano sconcertanti, reazioni sproporzionate, richieste insistenti, apprendimenti precoci: tutto questo può essere letto, con lo sguardo giusto, come segnale di un potenziale che cerca spazio.

Non riconoscerlo precocemente non è neutro. Significa lasciare quel bambino senza una risposta educativa adeguata nei mesi e negli anni in cui la plasticità cerebrale è al suo massimo. Significa esporre le famiglie a una sensazione di disorientamento che può diventare, nel tempo, fonte di conflitto, frustrazione e fatica. Significa perdere un'occasione che la biologia dello sviluppo ci offre una sola volta.

Riconoscimento precoce non è diagnosi

Uno dei malintesi più frequenti, tra le famiglie e spesso anche tra gli operatori educativi, è pensare che riconoscere l'alto potenziale significhi fare una diagnosi. Non è così e la differenza è sostanziale.

La diagnosi è un atto clinico, che appartiene allo psicologo o al neuropsichiatra infantile. Prevede l'utilizzo di strumenti psicometrici standardizzati, un protocollo valutativo preciso, un quadro interpretativo clinico. Non è questo il primo passo, né è sempre necessario.

Non è questo il primo passo o per lo meno non sempre avviene o né è necessario. Un contenuto importante da valorizzare, di cui tratterò in futuro, è la distinzione tra precocità transitoria, alto potenziale cognitivo e plusdotazione stabile, inclusa la tematica della doppia eccezionalità.  Quello che è importante tenere a mente è che nella fascia 0–6 anni i bambini e le bambine con alto potenziale sono molti più di quanto si pensi e mostrano capacità intellettive spiccate: una curiosità che non si spegne, una velocità di elaborazione che stupisce, domande che vanno ben oltre le attese per la loro età, interessi intensi e profondi che li distinguono dai coetanei. Non tutti riceveranno mai una valutazione ufficiale di alto potenziale cognitivo o di plusdotazione e non è detto che ne abbiano bisogno. Quello di cui hanno bisogno — tutti i bambini e le bambine, senza eccezione alcuna — è un contesto educativo che li veda, che li accolga nella loro complessità e che offra loro ogni giorno occasioni di sfida adeguate, relazioni significative e spazio per essere pienamente se stessi. 

Per le lettrici e i lettori che vogliono dati alla mano,  vi basterà sapere che l'Alto potenziale cognitivo (QI 120–130) riguarda approssimativamente il 10% della popolazione. In termini pratici, in un gruppo di 25 bambini — una sezione di scuola dell'infanzia, un gruppo al nido — si stima la presenza di 2-3 bambini con alto potenziale cognitivo.   La Plusdotazione (QI superiore a 130) riguarda il 2-3% della popolazione. Fonte: Sartori, L., & Cinque, M. (a cura di), Gifted. Studenti ad alto potenziale intellettivo, Roma, Magi Edizioni, 2020.

Il riconoscimento e l'accompagnamento dell'alto potenziale è un atto pedagogico ed educativo di cui come adulti dobbiamo prenderci la responsabilità. È la capacità di osservare un bambino nel suo contesto — al nido, alla scuola dell'infanzia, in famiglia — e di leggere i suoi comportamenti attraverso una cornice teorica e metodologica informata dalle neuroscienze dell'educazione. È costruire quello che definisco uno sguardo neuropedagogico: un modo di guardare che non diagnostica, ma osserva, interpreta, accompagna.

Questo sguardo non sostituisce la valutazione clinica quando è necessaria: la precede, la affianca, ne raccoglie le implicazioni educative e le traduce in risposte concrete nel contesto in cui il bambino vive. Non è una limitazione della competenza professionale della pedagogista: è la condizione della sua specificità.

Periodicamente scriverò approfondimenti sul mio blog, ma se vuoi rimanere aggiornata/o direttamente sulla tua mail

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