Al nido è bravissimo. Ma a casa esplode!

Le educatrici ti dicono che è stato tranquillissimo, ma appena torna a casa piange e fa i capricci. Ti spiego perché e cosa puoi fare.
Le educatrici ti sorridono: "Ha mangiato tutto, ha giocato, è stato tranquillissimo." Lo carichi in macchina, arrivate a casa e lì cambia tutto. Piange, urla, si butta per terra, non vuole niente e vuole tutto, vuole solo stare in braccio a te. La domanda che ti resta addosso per tutta la sera è sempre la stessa: se al nido stava bene, cos'è successo tra il parcheggio e il divano di casa?
Un lavoro enorme che nessuno vede
Per comprendere questa scena dobbiamo entrare nella giornata del bambino al nido dal suo punto di vista. Per tutto il tempo in cui è stato lì il suo cervello ha lavorato senza sosta: ha osservato gli altri bambini, ha condiviso i giochi, ha aspettato il suo turno per la merenda, ha accettato di fare il cambio quando avrebbe preferito continuare a giocare. Ha acconsentito a regole, routine e ritmi diversi da quelli di casa, con persone diverse da quelle con cui è cresciuto.
Tutto questo richiede un'enorme quantità di energia al suo sistema nervoso, in quanto la corteccia prefrontale, che è la parte del cervello che si occupa della regolazione delle emozioni e del comportamento, nei bambini sotto i tre anni è ancora in pieno sviluppo. Pertanto quel bambino che le educatrici descrivono come "bravissimo" ha in realtà fatto un lavoro di autocontrollo che a noi adulti sfugge perché non si vede: non è un bambino che non ha sentito fatica, è un bambino che l'ha trattenuta.
Perché proprio con te si lascia andare
Quando il bambino arriva a casa il suo corpo finalmente riconosce l'ambiente sicuro e la persona sicura. Ci viene facile comprendere, a questo punto, che quella crisi al rientro non è il segnale di una giornata andata male, bensì il modo in cui un bambino di quell'età scarica la tensione accumulata durante le ore in cui ha dovuto "tenere."
Il concetto è lo stesso che Elinor Goldschmied ha messo al centro del suo modello educativo per il nido: il bambino si comporta diversamente in contesti diversi perché la relazione con l'adulto di riferimento cambia le possibilità espressive a sua disposizione (Goldschmied, Jackson, Persone da zero a tre anni, Edizioni Junior, 1996). Al nido c'è la struttura, la routine, il gruppo: il bambino si adatta perché il contesto lo richiede. A casa c'è la mamma, e con la mamma può permettersi di essere come è davvero, con tutta la fatica che ha accumulato.
Rosalba Bosi lo descrive con grande chiarezza nel suo lavoro sui sentimenti e le relazioni al nido: la dimensione emotiva dell'adulto non è un ostacolo al processo educativo, bensì parte integrante del processo stesso (Pedagogia al nido, Carocci, 2013). Il pianto, il voler stare in braccio, il rifiuto di tutto non sono il segno di un bambino che "fa i capricci con te": sono il segno di un bambino che si fida di te abbastanza da mostrarti tutto quello che sente.
Non sono due bambini diversi
Vediamo insieme un punto che genera molta confusione. Il bambino al nido e il bambino a casa non sono due bambini diversi, anche se a volte sembra così. "Al nido mangia tutto, a casa niente." "Al nido dorme, a casa non dorme." "Al nido non piange, a casa piange."
Ritengo che sia fondamentale non vivere questa differenza come un fallimento. Il bambino sta facendo qualcosa di molto sofisticato per la sua età: sta imparando ad adattarsi a contesti diversi, con persone diverse, con regole diverse. Noi adulti facciamo esattamente la stessa cosa quando ci comportiamo in modo diverso al lavoro e a casa, con la differenza che il nostro cervello ha le risorse per gestire questo passaggio senza esplodere sul divano la sera. Il suo no.
Come ci ricordano gli Orientamenti nazionali per i servizi educativi per l'infanzia del 2022, il bambino non va visto come un soggetto che "si comporta bene o male" in base al contesto, bensì come un individuo che utilizza tutte le proprie risorse per ambientarsi in ambienti diversi. L'importante, e qui il contributo di Anna Lia Galardini è prezioso, è che casa e nido si parlino, che le informazioni fluiscano in entrambe le direzioni, di modo che il bambino trovi coerenza e continuità tra i suoi due mondi (Crescere al nido, Carocci, 2020).
Cosa puoi fare quando torna a casa e scoppia
La cosa più utile che puoi fare in quel momento non è cercare di farlo ragionare o ricordargli che al nido è andata bene. Per il suo cervello quella frase non significa niente: lui non sta pensando al nido, sta scaricando quello che ha trattenuto durante il giorno.
Accoglilo senza spaventarti. Tienilo vicino se vuole stare in braccio, lascialo sfogare se ha bisogno di piangere. Non interpretare la crisi come un problema da risolvere, bensì come una comunicazione da accogliere: il suo bisogno in quel momento è sapere che può stare male davanti a te senza che tu ti allarmi.
Poi piano piano, con calma, tornate alla routine di casa. Il bagnetto, la merenda, il libro della sera: i rituali domestici sono lo strumento più potente che hai per aiutarlo a passare dal "modo nido" al "modo casa," perché la prevedibilità della routine gli restituisce il controllo che durante la giornata ha dovuto cedere al contesto.
Il segno che qualcosa funziona
Se al nido tiene e a casa scoppia, non hai un bambino che si comporta male con te. Hai un bambino che ha fatto un lavoro enorme per stare in un ambiente con persone, regole e ritmi diversi da quelli di casa. E ce l'ha messa tutta. Adesso è a casa, al sicuro, con te, e può finalmente lasciarsi andare...

Se vuoi approfondire cosa succede nella testa del tuo bambino durante l'ambientamento al nido, nel mio podcast Insieme al Nido (link in bio) c'è un episodio dedicato proprio al ritorno a casa e alle settimane dopo l'inizio.


